lunedì 27 febbraio 2017

LIBRI E RECENSIONI. SYLVIA PLATH - LA CAMPANA DI VETRO

QUELLA IRREPARABILE DISPERAZIONE


Libro La campana di vetro Sylvia Plath


Recensione di Elisa "Elisola" Gelsomino

La campana di vetro è l´unico romanzo di Sylvia Plath, pubblicato sotto pseudonimo nel 1963, un mese prima del suo suicidio.
Esther, diciannovenne di provincia, ha ottenuto una borsa di studio presso una prestigiosa rivista di moda newyorchese. Passa da un ricevimento all´altro, viene ricoperta di omaggi, fa shopping selvaggio. Le altre ragazze con cui condivide l´esperienza sono entusiaste, lei invece si sente “inerte e vuota come deve sentirsi l´occhio del ciclone: in mezzo al vortice, ma trainata passivamente”.
Esther è imprigionata nei meccanismi di un mondo distratto che non la rispecchia, di una società ipocrita, maschilista e perbenista nella quale non riesce a sentirsi a proprio agio. Siamo nell´America degli anni Cinquanta e lei è una giovane donna già decisa nel non voler diventare moglie e madre, Esther vuole fare “il poeta”.
Quando torna a casa, qualcosa si rompe definitivamente: viene respinta ad un corso di scrittura al quale era sicura di venire ammessa. Decide di scrivere comunque un romanzo, si siede davanti alla macchina da scrivere con accanto trecentocinquanta fogli di risma, ma non riesce: “Come facevo a scrivere della vita, se non avevo mai avuto una storia d´amore, né un figlio, né avevo mai visto morire qualcuno?”
Non riesce a scrivere, non riesce a leggere, non riesce nemmeno più a dormire. Il senso di inadeguatezza, lo smarrimento e la frustrazione la fanno scivolare velocemente nella depressione, quindi nella follia.  
Vidi gli anni della mia vita in fila uno dietro l´altro come pali del telefono lungo una strada, collegati insieme dai cavi. Contai uno, due, tre… diciannove pali, ma dopo il diciannovesimo i cavi spenzolavano nel vuoto, e per quanto mi sforzassi, non riuscivo a scorgere nessun altro palo.
L´elettroshock, la terapia con l´insulina, l´idea fissa del suicidio e diversi tentativi andati a vuoto (ma uno quasi riuscito), il ricovero in un istituto psichiatrico: Esther narra tutto questo in prima persona ma è come se il racconto non provenisse da lei, come se quel certo distacco e l´ironia che pervade l´intero testo la vedessero più spettatrice spietata degli eventi che protagonista. 
Quando parla della campana di vetro dentro cui vive, che le toglie l´aria e le impedisce sempre più di muoversi, di reagire, affondiamo però in tutta la sua disperazione.
Per chi è chiuso sotto una campana di vetro, vuoto e bloccato come un bambino nato morto, il brutto sogno è il mondo.
Esther sa che la campana di vetro la seguirebbe ovunque e, dopo essere stata “rattoppata e ricostruita”, sa anche che potrebbe scendere di nuovo su di lei in qualsiasi momento.
Ma il finale è aperto e non sappiamo esattamente cosa ne sarà di lei, se riuscirà a romperla e ad essere libera, se semplicemente imparerà a conviverci.
Ciò che sappiamo è che un mese dopo aver dato alle stampe la vicenda di Esther, fortemente autobiografica, Sylvia Plath decide per sé un altro destino. Sopraffatta dalla sua campana di vetro, soccombe e infila la testa nel forno a gas dopo aver scritto la sua ultima poesia (Orlo) e aver preparato la merenda ai figli. E allora sì, leggere La campana di vetro fa ancora più male.

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Informazioni sul libro
Sylvia Plath - La campana di vetro
Traduzione di Adriana Bottini e Anna Ravano
Ed. Mondadori 2016
252 pg.
Attualmente in commercio 
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domenica 26 febbraio 2017

LIBRI E RECENSIONI. MAURO LIBERTELLA - SCRITTO SULLA SUA TERRA

NON BASTA LA MORTE DEL PADRE




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Mauro Libertella è figlio di Hector - considerato e avanguardista scrittore argentino.
Con Scritto sulla sua terra ripercorre un tema, un orizzonte piuttosto noto, quello della morte del padre. Tra gli esempi che lo stesso Libertella cita abbiamo il sommo Patrimonio di Philip Roth.

Pur sostenuto da ottime intenzioni e scrittura sobriamente espressiva il libretto di Libertella non aggiunge nulla alla tradizione,  e  suscita il pensiero che l´ispirazione sia andata al primo capitolo
dell´opera di Karl-Ove Knausgard, ben più potente, strutturata e solida.

All´attivo un certo effetto di pedinamento per le strade e i bar di Buenos Aires, e soprattutto l´effetto-soggezione di Mauro nei confronti di Hector - due scrittori, ma il padre molto più grande - con le sue conseguenze: l´idealizzazione, la sottovalutazione della condizione alcolica del padre, le insicurezze davanti alla pagina scritta.

Detto questo, il libro è debole e lascia qualche dubbio su quanto riportato in prefazione, dove Libertella appare insieme a Piglia e altri come rappresentante maggiore della Nuova Letteratura Argentina (la definizione è mia), ma sicuramente ci sfugge qualcosa di non ancora tradotto. Nel caso, attendete quelli, questo è trascurabile.

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Informazioni sul libro
Mauro Libertella - Scritto sulla tua terra
Traduzione di Vincenzo Barca
Ed. Caravan 2015
112 pgg.
Attualmente in commercio 
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LIBRI E RECENSIONI. KENT HARUF - LE NOSTRE ANIME DI NOTTE

EMOZIONI ED ECONOMIE


Libro Le nostre anime di notte Kent Haruf

Parlo di questo Le nostre anime di notte di Kent Haruf sottolineando in primis un piccolo e ingiustificato, irrazionale, imbarazzo.
Ho comprato il mio primo Haruf - Benedizione - a ridosso dell´uscita nel 2015, ero alla Hoepli di Milano, non sapevo nulla di lui né dell´editore, ma da appassionato di Americana e di "segreti ben custoditi" non potevo esimermi o almeno questa era stata la sensazione.

A due anni di distanza, l´ultimo romanzo di Haruf è diventato un libro-evento, e grazie anche alla bravura di NNEditore in sede di lancio è entrato altissimo nelle varie classifiche, con un primo posto su quella di Tuttolibri de La Stampa.
Nei nostri tempi social, l´effetto saturazione, il Bandvagonesco, e il bastian-contrario spesso coincidono in tempi e spazi, l´editore mobilita, il lettore si rende disponibile, altri seguono, e ancora altri alzano il sopracciglio e dicono o ragionano su cosa debba aver mai scritto di così eccezionale questo Haruf per andare in classifica "dal basso" e chi siano tutti questi lettori che corrono in libreria: veri fan, conformisti, vittime del marketing, malati di selfie in cerca di un secondo di snapchattiano riconoscimento sociale?
I numeri - la Stampa dichiara circa 6.000 copie vendute - dicono che l´editore è stato bravo, ma rivelano allo stesso tempo che solo una parte dei lettori o potenziali tali di Haruf si è mobilitata (la trilogia ha venduto - mia stima - sulle 30.000 copie) e insomma l´ingresso alto in classifica corrisponde a uno zoccolo duro di sostenitori/fan che lo hanno comprato subito, come quando avevamo visto posizioni di eccellenza nelle vendite per Purity o per Safran Foer. Con la differenza - ma questo é un merito - che parlando di un piccolo editore l´impresa è più difficile.

Tutta questa premessa spero non troppo noiosa per dire che NO - non mi sento in imbarazzo per aver comprato subito l´ultimo libro del ciclo di Holt, né per averlo subito letto e recensito.

È un libro bello, delicato, laconico e commovente. Credo sia questo il segreto di Haruf: suscita emozioni con mezzi molto economici come - mutando ciò che va mutato - un Carver meno urbano. Non è uno scrittore che sa fare molte cose, ma quelle due e tre le fa davvero bene. La localizzazione di un ambiente/protagonista - la città di Holt - il peculiare metodo che consente di rapprendere e contenere i sentimenti in un continuo asciugare la pagina (seppure anche Haruf abbia momenti più descrittivi e barocchi, come ad esempio in Canto della pianura rispetto a Benedizione, invece stilisticamente simile a questo), nelle pieghe di quel dialogo diretto senza virgolette che crea da una parte straniamento, dall´altra scandisce e regala fluidità a una pagina particolarmente "amichevole" con il lettore, proprio perché essenziale.

Se nei libri della vera e propria Trilogia di Holt si creava un effetto di atemporalità - come fa notare in nota il traduttore Cremonesi - qui abbiamo delle notevoli (per Haruf) intrusioni di realtà circostante: un telefono cellulare, per esempio, e addirittura una auto-citazione metaletteraria (che non svelo in quanto gustosa e direi anche rappresentativa della poetica dell´autore), insomma lo scrittore nel suo percorso si è evoluto, ha fatto piccoli spostamenti laterali, per arrivare qui a scrivere una storia molto sentita, probabilmente con alcuni aspetti autobiografici, il racconto di due anziani, vedovi, che decidono di darsi una nuova possibilità, trascorrendo le notti insieme solo per parlare e incontrando lentamente ma inesorabilmente moralismi e disapprovazioni del mondo attorno a loro (Holt, i parenti, le seconde generazioni - le terze no).

Amore, rimpianto, ipocrisia, crisi familiari, il rapporto con la natura, le piccole cose che danno gioia, gli uomini che sanno prendersi le responsabilità, le donne che sanno resistere e tenere ben salde le redini della propria vita, e di quegli uomini. La morte. Combatterla a colpi di gite nella natura selvaggia, di bagni in torrenti gelidi, di nottate trascorse mano nella mano. I temi di Haruf - ed erano in gran parte quelli dei precedenti - sono questi. Il libro racconta tutto sommato cose comuni, e - facendolo - sa far sorridere, sa commuovere e in sostanza rendere godibile (in senso estensivo) e struggente questo nostro ultimo sbirciare tra le case di Holt, o avvicinarcene a volo d´uccello e poi ripartire ancora con qualche rimpianto, ancora con qualche domanda inespressa.

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Informazioni sul libro
Kent Haruf - Le nostre anime di notte
Traduzione di Fabio Cremonesi
Ed. NN 2017
200 pgg.
Attualmente in commercio 
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