GAZA-GERUSALEMME-TEL AVIV (OVVERO SCRITTORI ISRAELIANI MODERNI)

NON SOLO YEHOSHUA

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Su un recente Corriere-Lettura, il poeta friulano Pierluigi Cappello dice di amare gli (scrittori) israeliani perché raccontano vicende personali, intime, dense, inserite in un contesto dove la Storia bussa alla porta ogni notte.

E io nel mio piccolo, dico: che casualità, giusto poco prima ho avuto una ricca "Conversation" su Facebook (alla faccia di chi dice che i Social e i Blog sono la rovina della letteratura) sugli scrittori israeliani, partendo dalla triade Yehoshua-Grossman-Oz (in ordine qui di mio apprezzamento e conoscenza - Oz non ancora letto e a questo si riferiva la mia domanda). E via via arricchitasi di spunti. La cosa mi si è gonfiata in mano come una pagnotta lievitata con troppo entusiasmo. Ed è diventata "la cosa" che ora (forse) state per leggere. Alla triade in questione forse ho dedicato i momenti più laconici, perché sono più conosciuti. La passione mi è venuta fuori nell´approfondirne altri, quasi tutti ancora da leggere e contenuti nella seconda e più corposa parte di questo articolo.


La triade Yehoshua, Grossman, Oz

Abrahm B. Yehoshua é un campione che conosco bene. Scrittore fondamentalmente realista, abile narratore di momenti di sospensione, di perdite, di allontanamenti, trattati con il suo stile concreto, solido e allo stesso tempo allusivo, direi che i suoi vertici (a me conosciuti) sono le Cinque Stagioni, Ritorno dall´India e La Sposa Liberata. Nella conversazione di ieri è venuto fuori - ed era logico che fosse così, anche Il Signor Mani (che non ho ancora letto).

Al realista (in senso lato) Yehoshua contrapponevo il lirico David Grossman. Poeta, scrittore per l´infanzia, domina (e ama usarli) diversi registri, è massimalista, complesso, non si nega niente, a volte prolisso, sperimentatore, fa pesare sulla pagina sia il suo talento, che la composizione delle sue influenze (ci ho letto Kafka, Bruno Schulz, tanta Mitteleuropa, e poi forse addirittura Joyce).
Vedi alla Voce Amore è in questo senso un tour de force non indifferente, non tutto perfetto e necessario ma supremamente fascinoso e - perché no - divertente. E poi un modo molto nuovo e originale (quasi laterale) di parlare di Olocausto. Discusso e destinato a dividere gli animi "Che tu sia per me il coltello", forse troppo romantico, troppo verboso nella sua pretesa di costruire una storia d´amore fatta di parole, ma in fondo opera che conferma un puro talento di scrittore, di affastellatore di parole stesse.

La mia domanda verteva su Amos Oz e su come si collocasse nella triade. È stato definito "il costruito"; cosa che sottende un parere negativo, nel senso (cito dalla conversazione)

"Lo trovo troppo ricercato anche rispetto alla sua cultura (non intendo per cultura la formazione ovviamente). Io amo leggere gli scrittori di origine ebraica, riescono a condurmi per i loro percorsi e fra le parole senza difficoltà, addirittura in modo piacevole ma Oz mi disturba, è come se studiasse ogni termine con cura ma non come gli altri, direi quasi al fastidio."


Un´altra conversatrice faceva notare come "Oz abbia un modo di scrivere molto attento alle parole, può risultare quindi freddo e meno coinvolgente...è chirurgico. Profondo, ma con attenzione a non deviare."

Lui si definisce (tra le altre cose) uno scrittore interessato alle famiglie, e particolarmente a quelle infelici. L´elemento ricorre nella sua opera, ed è (naturalmente) una maniera per penetrare nel vivere recente del paese.

Tra i libri è stato citato sopratutto Una storia d´amore e di tenebra, sua opera fortunata ed effettivamente autobiografica, vicina alla saga familiare - a cavallo tra storia personale e storia d´Israele.Tra le altre opere consigliate anche i racconti di Scene dalla vita di un villaggio e Michael Mio.

Notevole comunque secondo me l´ultimo "Giuda", dallo spunto affascinante e vagamente "Scent of a woman", romanzo di solitudini e sentimenti, ma con più complessi piani di lettura (religioso, ideologico) che mi ha lasciato l´impressione di un grandissimo scrittore.


***
Ma il bello è venuto come dicevo a conversazione in corso, quando ognuno poi ha contribuito con altri autori, da pesi massimi alla generazione più giovane, e li riporto per dare l´opportunità a ciascun lettore di incuriosirsi, appassionarsi, ricercare. Per il momento resterò fuori da questa carrellata la politica, cosa che sarebbe invece importantissima per fare una mappa che collocasse ogni autore in un luogo (ammesso sia possibile farlo), in particolare sul difficile tema del rapporto tra Israele e Palestina.


Scrittori Israeliani Contemporanei della triade


Meir Shalev: in patria ha uno status simile a quello della Triade, come Grossman scrive anche libri per bambini. Da noi ha avuto meno attenzione e meno traduzioni. Nei suoi temi alcune ricorrenze: la famiglia, la storia, le tradizioni, le radici, con storie spesso collocate in un passato rurale e tocchi di realismo magico.
Ultimamente è  in fase di rilancio da Bompiani con l´ambizioso "Due vendette", storia di violenze e faide lungo 80 anni circa di storia israeliana - la ritorsione sanguinaria e continua,generazionale, che riporta - volendo vederla con occhi semplici - alla storia attuale di Israele.
Da annotare anche "Il pane di Sarah", pura saga ed epopea familiare, dove pare prevalere l´elemento magico/fantasioso che facevo notare prima.

Yehoshua Kenaz: pure molto amato in patria, viene documentato come più realista, meno simbolico, se vogliamo più intimista, più ancorato alle piccole cose rispetto alla "triade".
Quotati sopratutto "Non temere e non sperare", storia corale di un gruppo di soldati assegnati a una base speciale perché non perfettamente idonei al Servizio Militare. Una storia di formazione e allo stesso tempo di esclusione, in un momento così importante (siamo negli anni ´50 - ma in fondo che momento della storia recente non lo sarebbe?) per i destini di Israele.

E poi il più sentimentale e pure corale (e da parte mia altamente consigliato, trovate la recensione qui) "Ripristinando antichi amori", ambientato in un condominio a Tel Aviv, dove si muove una serie di personaggi tra di loro in conflitto o in relazione, elementi da cui nasce "la storia" o meglio l´incrociarsi delle storie, dei destini.

Yoram Kaniuk: classe 1930, da poco deceduto, per molto tempo meno apprezzato in patria per il suo peculiare humor, il suo tono spesso grottesco e violento - si dice influenzato da Vonnegut e Burgess.
"1948" è una storia di guerra, di quella che per gli Israeliani è stata la guerra per l´indipendenza, un resoconto programmaticamente non affidabile, e certo non elegiaco, idealizzante o sbilanciato da una sola delle parti in causa. Prevalgono invece i registri dell´allucinatorio, del realismo magico e del picaresco.
Un racconto dove - come scritto in una recensione trovata in rete - sull´eroismo prevale la compassione per tutte le parti in causa, per tutte le vittime.
A questo link la recensione completa.
Con Sazio di giorni, il suo ultimo romanzo prima della morte, Kaniuk si conferma un grande poeta moderno, assolutamente da non trascurare.

Yaakov Shabtai: scrittore della stessa generazione di Yehoshua ma morto piuttosto giovane (nel 1981, a soli 47 anni), meno conosciuto, di nicchia se vogliamo, ma quelle nicchie delle quali gli appassionati giurano e mettono la mano sul fuoco che si tratti di altissima qualità, di un classico insomma.
Shabtai mi pare uno scrittore introspettivo, delle nevrosi e delle malattie, della crisi personale che - come ogni buon recensore sa - fa da specchio a quella del paese.
"In fine" è stato il suo ultimo romanzo, basato sulla crisi personale e fisica di un ingegnere quarantenne, una sorta di crisi di mezza età che diventa focolaio di altre mini-crisi, di reazioni disperate, della ricerca del sesso, di un´aspirazione a realizzarsi (negli ideali, nella salute, perfino nelle diete) sempre frustrata dai risultati.
Poi "Inventario", momento di passaggio tra due generazioni di israeliane, tra l´idealismo dei padri e il cinismo dei figli, con personaggi esagerati, ricchi di simbolismo e spesso ai limiti del surreale.

Benjiamin Tammuz: scrittore di una generazione precedente (1919-89), rimasto all´ombra della Triade pur essendo accostabile nei temi e in particolare per il mix di saga familiare, di storia di sentimenti e Storia delle Nazioni, e di quella israeliana.
Il suo romanzo più famoso è probabilmente il Minotauro, ma quello forse più attuale è stato riedito da E/O poco tempo fa e si chiama "Requiem per Naaman. Cronaca di discorsi famigliari". Una saga generazionale che ripercorre la storia israeliana tra diciannovesimo e ventesimo secolo, passando attraverso la nascita dello stato di Israele e questa doppia anima ebrea, la concretezza politica, il potere economico, le idee chiare (fin troppo chiare, a volte) su cosa fare e come farlo, e l´anima più sognante, spirituale e poetica,
Il tutto in appena 190 pagine scarse che immagino quindi molto intense.
Cito una frase trovata sul Web, per far capire l´attualità del discorso (confrontarla con i fatti dell´attualitá, anche in Ucraina)
"Il guaio è che quando dici che sei pronto a morire per un’ideologia, allora vuol dire che sei pronto a uccidere. E qui casca l’asino. Ogni ideologia è una licenza di uccidere, esattamente come è anche un invito al suicidio, o come la si presenta: la disponibilità a morire sacrificandosi sull’altare dell’Idea. Quindi ogni Idealista è un assassino, perdonatemi l’espressione. Oppure un suicida..."

(tra parentesi Ahron Appelfeld): Appelfeld lo metto pur rispettosamente tra parentesi perché lo ritengo atipico. Se penso alla letteratura israeliana come la conosco (quindi con parere per forza di cosa parziale, ma credo non infondato) mi vengono in mente la densità, le contrapposizioni realista-simbolico, moderno-arcaico, gli elementi fantasiosi e favolistici inseriti in un contesto che però richiama l´attualità della storia di Israele.
Per quel che ho letto di lui Appelfeld mi sembra invece un tipico scrittore "mono-tema" (che non vuole essere una maniera di sminuirlo) in cui prevale la forte urgenza autobiografica di parlare della tragedia della persecuzione ebrea e della deportazione nell´Europa della seconda guerra mondiale.
Il tutto attraverso una scrittura limpida, una lingua semplice e pacata.
La parentesi si riferisce insomma al suo essere forse piú uno scrittore israeliano-europeo che israeliano tout court, nella prevalenza di un tema legato a un momento storico ben preciso, in uno stile più pudico e meno immaginifico. Di lui ho letto "Badenheim 1939" che ho trovato molto tradizionale, gradevole ma senza aggiungere nulla di davvero originale alla letteratura dell´Olocausto.

S.Yizhar: Yizhar (nome vero: Yizhar Smilansky), classe 1916, è pure considerato o considerabile uno dei padri della letteratura israeliana. Ormai pubblicato poco da noi, fu scrittore che osò mettere in discussione direttamente i metodi israeliani nella guerra di indipendenza.
Il suo "piece de résistance" è certamente "I giorni di Ziklag", più di 1.000 pagine di racconto di guerra, e di interrogativo morale sulla guerra stessa, sulla condotta di Israele. Da noi non è pubblicato, si trovano invece i ben più potabili La rabbia del vento (racconto molto breve, appena 85 pagine, e quindi ideale per farsi un´idea) e Il Convoglio di mezzanotte, dove rimane il medesimo universo tematico, le stesse ambientazioni, in una scrittura che viene descritta come lirica, evocativa e precisa allo stesso tempo. Da (ri)scoprire.

Ci sono poi degli interessanti esponenti della young generation, la cui punta dell´Iceberg é verosimilmente

Giovani scrittori israeliani

Eskhol Nevo: autore moderno, raffinato, se vogliamo "internazionale" (nel senso di non immediatamente riconoscibile come israeliano, potrebbe essere anche un inglese, della genia dei Coe, un figlio di McEwan, di Barnes), da noi ha "sfondato" (in una nicchia, beninteso) con La simmetria dei desideri, romanzo di casi, destini e sentimenti, davvero riuscito nell´intreccio e nella caratterizzazione dei personaggi, romanzo maturo e leggibile a più livelli - uno dei quali è quello del piacere puro di una narrazione a saga, a puntate, quasi di tipo televisivo (detto come complimento, e non certo riferito a piattezze nella scrittura), e l´altro è uno più metaletterario diciamo.
Di israeliano ci sono alcuni "sapori", odori e rumori di fondo, e una allusività nella scrittura che ricorda Yehoshua.
Altri suoi romanzi da considerare, pubblicati da noi: Nostalgia, Soli e perduti e l´ambizioso (politico) Neuland, questi ultimi decisamente più "israeliani" nelle tematiche rispetto a La simmetria.

Yishai Sarid:  classe 1965, il suo "Limassol" é stato un successo internazionale. Da noi lo ha pubblicato E/O sotto l´astruso nome de "Il poeta di Gaza". È una sorta di spy story "morale" i di poliziesco sentimentale ben radicato nella realtà israeliana, con tutto il suo corollario di interrogativi sulla giustizia, sul quanto si sia disposti ad andare a fondo nel proprio (supposto) dovere e quanto invece il confronto con le persone non serva ad abbattere le barriere ideologiche, a valutare la persona e il sentimento in quanto tale.
Non pare essere piaciuto a tutti, viene qualche volta rilevato un apparato troppo manicheo, insomma troppo netto nella separazione tra buoni e cattivi e nella "svolta" del protagonista (un agente dei servizi segreti israeliani che si infiltra per poter trovare contatto - e fondamentalmente eliminare - un terrorista)

Etgar Keret: è un atipico, in quanto scrittore di short stories dal tono o dalle aperture surreali, alcune molto brevi, alla Carver, forse alla Saunders e caratterizzate - oltre che dal senso dell´assurdo - da umorismo e stringatezza.
L´esperienza mi dice che per questo tipo di autore alla ricerca dello scarto laterale per mettere in luce la proverbiale - mi ripeto - assurdità della realtà è indispensabile evitare un certo effetto-ripetizione o effetto-stucchevolezza, come certi comici che vanno presi a piccole dosi (a me vengono in mente i Monthy Python, ma so che molti non saranno d´accordo).
Tra i suoi libri piú considerati da noi: "Pizzeria Kamizaze" e "All´improvviso bussano alla porta"

Savyon Liebrecht: per finire, una donna. Una visuale al femminile. La Liebrecht é classe 1948, nata a Monaco, figlia di due sopravvissuti dell´Olocausto, trasferitasi in Israele nel 1950.
Ha scritto sia raccolte di racconti che romanzi, il più noto forse "Prove d´amore".
È scrittrice dove la memoria (dell´Olocausto) e il passato giocano un ruolo fondamentale, almeno quanto l´esplorazione dei sentimenti, spesso femminili, spesso "giocati" nel loro rapporto con situazioni problematiche, di confronto etnico, ideologico - o semplicemente nella necessità di rimuovere (di nuovo) - il passato.
Ho recensito qui Prove d´amore.

Spero di aver interessato qualcuno, costretto qualcuno a prendere appunti e mettere o togliere libri dalle famose liste, come ho fatto io. Segnalatemi errori o omissioni, e completatemi dove é necessario.

Commenti

  1. Concordo pienamente su nevo... L'ho scoperto con la simmetria dei desideri e lo sto apprezzando al meglio con neuland. Grazie per l'elenco degli altri scrittori.. Non mancherò di approfondire.

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    1. grazie del commento, penso valga la pena di approfondire, é un panorama davvero ricco.

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