POLIFONICO FEMMINILE
Vedove di Camus di Elena Rui dichiara nel titolo la propria intenzione, e l’idea, piuttosto azzeccata, da cui parte per affrontare il grande scrittore francese. Lo fa con un’architettura polifonica, facendo ricostruire la figura di Camus dalle donne della sua vita, una moglie e tre amanti, e partendo dalla morte dello stesso, “annunciata” nelle prime pagine che valgono anche come dichiarazione di poetica della scrittrice.
Questo consente alla Rui una certa obliquità di sguardo sul protagonista, un distanziamento insomma dalla “usuale” biografia a scorrimento (si confronti questo libro, ad esempio, col più convenzionale Rubare la notte, di Romana Petri su Saint-Exupéry) e di mettere al centro della narrazione le donne (quelle concrete, le quattro co-protagoniste) e “la donna”, la sua realizzazione, il suo spirito di sacrificio e sopportazione, la solidarietà femminile, la sua capacità di ricostruire e ricostruirsi.
Camus era un tombeur de femmes, ma Rui, saggiamente, non giudica e non è interessata a un manifesto femminista, durante la lettura viene tuttavia da ragionare su una certa superiorità morale e spirituale della donna rispetto all’uomo (cosa di cui, personalmente, sono convinto), anche quando l’uomo, come in questo caso, è un genio, e la parabola delle quattro protagoniste, esclusa forse la moglie dello scrittore (d’altra parte è un romanzo biografico, e consta attenersi alla verità), la loro ascesa artistica e umana, la capacità di rimettere a posto la loro vita oltre il lutto e allo stesso tempo di farsi conservatrici di Camus (e delle sue lettere) pare corrispondere a un movimento di progresso ed elevazione che agli uomini ritratti nel libro rimane inattingibile (a Camus per l’ovvio motivo di essere morto).
Pur rimanendo fedele alla vita delle quattro co-protagoniste, dal punto di vista stilistico Elena Rui non pratica la mimesi, le “voci” risultano simili e credo che alla fine sia quella della scrittrice a prevalere. Una scelta che crea un’ uniformità stilistica su un registro alto e scorrevole allo stesso tempo, e mai barocco, con la presenza dell’autrice ad amalgamare e renderci consapevoli di essere qui a leggere nel 2026.
Infine, l’aspetto biografico e documentale è ben giocato nel romanzo, ben immerso nell’elemento narrativo, evitando quel rischio di nozionismo o “fact dropping” insito in operazioni di questo tipo.
Va da sé che probabilmente per i conoscitori di Elena Rui e di alcune delle sue compagne/amanti il libro riserverà ancora più godimento rispetto al lettore meno preparato (sullo specifico).
Un romanzo di buon livello, che merita la finale dello Strega 2026 (dove è stato “ripescato” come rappresentante dell’editoria indipendente) e sottolinea la bravura della scrittrice ad accettare e dominare una sfida tutto sommato non semplice.
Questo consente alla Rui una certa obliquità di sguardo sul protagonista, un distanziamento insomma dalla “usuale” biografia a scorrimento (si confronti questo libro, ad esempio, col più convenzionale Rubare la notte, di Romana Petri su Saint-Exupéry) e di mettere al centro della narrazione le donne (quelle concrete, le quattro co-protagoniste) e “la donna”, la sua realizzazione, il suo spirito di sacrificio e sopportazione, la solidarietà femminile, la sua capacità di ricostruire e ricostruirsi.
Camus era un tombeur de femmes, ma Rui, saggiamente, non giudica e non è interessata a un manifesto femminista, durante la lettura viene tuttavia da ragionare su una certa superiorità morale e spirituale della donna rispetto all’uomo (cosa di cui, personalmente, sono convinto), anche quando l’uomo, come in questo caso, è un genio, e la parabola delle quattro protagoniste, esclusa forse la moglie dello scrittore (d’altra parte è un romanzo biografico, e consta attenersi alla verità), la loro ascesa artistica e umana, la capacità di rimettere a posto la loro vita oltre il lutto e allo stesso tempo di farsi conservatrici di Camus (e delle sue lettere) pare corrispondere a un movimento di progresso ed elevazione che agli uomini ritratti nel libro rimane inattingibile (a Camus per l’ovvio motivo di essere morto).
Pur rimanendo fedele alla vita delle quattro co-protagoniste, dal punto di vista stilistico Elena Rui non pratica la mimesi, le “voci” risultano simili e credo che alla fine sia quella della scrittrice a prevalere. Una scelta che crea un’ uniformità stilistica su un registro alto e scorrevole allo stesso tempo, e mai barocco, con la presenza dell’autrice ad amalgamare e renderci consapevoli di essere qui a leggere nel 2026.
Infine, l’aspetto biografico e documentale è ben giocato nel romanzo, ben immerso nell’elemento narrativo, evitando quel rischio di nozionismo o “fact dropping” insito in operazioni di questo tipo.
Va da sé che probabilmente per i conoscitori di Elena Rui e di alcune delle sue compagne/amanti il libro riserverà ancora più godimento rispetto al lettore meno preparato (sullo specifico).
Un romanzo di buon livello, che merita la finale dello Strega 2026 (dove è stato “ripescato” come rappresentante dell’editoria indipendente) e sottolinea la bravura della scrittrice ad accettare e dominare una sfida tutto sommato non semplice.
Voto: 7.25
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Informazioni sul libro
Elena Rui - Vedove di Camus
Ed.L'Orma 2025
180 pag.
Attualmente in commercio
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