L'INIZIO DELLA FINE
Riprendo quel “gioco dell’incipit” svolto su Facebook, in cui ho velocemente analizzato le pagine iniziali dei dodici dello Strega, per farne un bilancio che vale come fotografia (istantanea, senza troppa profondità, come certe Polaroid dell’epoca) dei semifinalisti.
Bel coraggio, si dirà, non li legge e fa le fotografie: ma si tratta appunto di abbozzare un primo screening, cercando di chiamare le cose col loro nome e di identificare almeno qualche sottogruppo, visto che, per dirne una, tra un Mari e Vichi passa la distanza che potrebbe esserci tra cenare in un' ottima trattoria Slow-Food con qualche aspirazione da Guida Michelin, e rifugiarsi in un pur decoroso Burger King per saziarsi a poco prezzo.
Poi, certamente, leggerò qualcosa.
Intanto diciamoci la verità: lo Strega non è un premio alla qualità, non si propone di premiare i migliori libri usciti nel periodo di riferimento. E si vede, direi.
Ciononostante la suddetta qualità potrebbe esserci e nascondersi in Michele Mari, anche se a detta dei suoi esperti parliamo di un Mari minore, in Pierantozzi, possiamo essere stanchi di “politica del dolore raccontato”, ma il libro ha avuto ampio plauso e gli stralci letti mostrano una scrittura espressionistica (anzi, a volte fin troppo effettata), in Cavazzuti, anche in Raimo per quanto anche qui venga percorsa la ormai comoda (o troppo sfruttata) strada del memoir. Pure il nome di Covacich è importante, alcune critiche lette in giro mi hanno spaventato, il mio sfogliare non mi ha chiarito i dubbi.
Il mestiere potremmo trovarlo in Maria Attanasio e Bianca Pitzorno, che mi pare si attengano a stilemi classici, senza rischiare troppo e seguendo una formula che in effetti porta lontano nei premi, può fruttare buone vendite e addirittura attirare qualche buona critica.
Non ho ancora ben identificato i casi di Teresa Ciabatti, Elena Rui e Nadeesha Uyangoda. Sono tre storie forti, la Ciabatti sa anche scrivere, la sua lingua è svelta e a tratti trascinante, ma vorrei capire se il libro va poi a parare su territori troppo autoreferenziali, di Elena Rui ho sentito bene, il tema è decisamente importante (la morte di Camus e la sua influenza sulle figure femminili della sua vita) ma la scrittura mi è sembrata a tratti involuta, non ho insomma la certezza sia all'altezza, così come nel caso della Uyangoda, storia di quelle che possono catturare e descrivere un “trancio” del nostro presente, scrittura per quel che ho visto poco distintiva.
Francamente al di sotto di quanto dovrebbe arrivare in finale in un premio letterario, decisamente al di sotto, mi sono sembrati i libri di Nucci e Vichi, pieni di luoghi comuni, cose già sentite, ammiccamenti o vassallaggio a un pubblico sperabilmente ampio (e che magari poi si scopre avere gusti più raffinati).
Bel coraggio, si dirà, non li legge e fa le fotografie: ma si tratta appunto di abbozzare un primo screening, cercando di chiamare le cose col loro nome e di identificare almeno qualche sottogruppo, visto che, per dirne una, tra un Mari e Vichi passa la distanza che potrebbe esserci tra cenare in un' ottima trattoria Slow-Food con qualche aspirazione da Guida Michelin, e rifugiarsi in un pur decoroso Burger King per saziarsi a poco prezzo.
Poi, certamente, leggerò qualcosa.
Intanto diciamoci la verità: lo Strega non è un premio alla qualità, non si propone di premiare i migliori libri usciti nel periodo di riferimento. E si vede, direi.
Ciononostante la suddetta qualità potrebbe esserci e nascondersi in Michele Mari, anche se a detta dei suoi esperti parliamo di un Mari minore, in Pierantozzi, possiamo essere stanchi di “politica del dolore raccontato”, ma il libro ha avuto ampio plauso e gli stralci letti mostrano una scrittura espressionistica (anzi, a volte fin troppo effettata), in Cavazzuti, anche in Raimo per quanto anche qui venga percorsa la ormai comoda (o troppo sfruttata) strada del memoir. Pure il nome di Covacich è importante, alcune critiche lette in giro mi hanno spaventato, il mio sfogliare non mi ha chiarito i dubbi.
Il mestiere potremmo trovarlo in Maria Attanasio e Bianca Pitzorno, che mi pare si attengano a stilemi classici, senza rischiare troppo e seguendo una formula che in effetti porta lontano nei premi, può fruttare buone vendite e addirittura attirare qualche buona critica.
Non ho ancora ben identificato i casi di Teresa Ciabatti, Elena Rui e Nadeesha Uyangoda. Sono tre storie forti, la Ciabatti sa anche scrivere, la sua lingua è svelta e a tratti trascinante, ma vorrei capire se il libro va poi a parare su territori troppo autoreferenziali, di Elena Rui ho sentito bene, il tema è decisamente importante (la morte di Camus e la sua influenza sulle figure femminili della sua vita) ma la scrittura mi è sembrata a tratti involuta, non ho insomma la certezza sia all'altezza, così come nel caso della Uyangoda, storia di quelle che possono catturare e descrivere un “trancio” del nostro presente, scrittura per quel che ho visto poco distintiva.
Francamente al di sotto di quanto dovrebbe arrivare in finale in un premio letterario, decisamente al di sotto, mi sono sembrati i libri di Nucci e Vichi, pieni di luoghi comuni, cose già sentite, ammiccamenti o vassallaggio a un pubblico sperabilmente ampio (e che magari poi si scopre avere gusti più raffinati).
Chiudiamo col rituale TotoStrega.
Mia previsione cinquina: Mari, Pierantozzi, Raimo, Pitzorno, Rui
Alternativa: Mari, Pierantozzi, Raimo, Pitzorno, Nucci + Rui
Mia previsione cinquina: Mari, Pierantozzi, Raimo, Pitzorno, Rui
Alternativa: Mari, Pierantozzi, Raimo, Pitzorno, Nucci + Rui
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