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RECENSIREMAGAZINE. RACCONTO: Gli speroni del secolo

 

Ho sentito le urla e ho visto da lontano la ragazza accoccolarsi sul sentiero: l’uomo era in piedi, davanti a lei, e non la stava veramente colpendo ma faceva dei movimenti coi piedi, come a buttarle addosso terra o sassolini, e con le mani, come se avesse voglia o intenzione di strangolarla ma si stesse trattenendo.
Le urlava – tu, tu hai voluto venire, hai insistito, poi siamo qui e la prima cosa che fai è rompermi i coglioni col caldo e i tuoi cazzi. Mi vuoi rovinare la vita, vero?
Poi – sei la rovina della mia vita! E non fare così. Che tremi, che cazzo tremi? Mi vuoi fare incazzare di più?
 
Subito dopo ho visto la ragazza cadere su un lato, ma anche qui non ho pensato che lui l’avesse colpita. Ha però fatto un altro movimento: quello di caricare un calcio, ma non lo ha concluso. Se ne è andato, buttandole vicino qualcosa, forse il telefono o un portafoglio.
Potevo essere lì in pochi minuti, tornando sui miei passi, ma non ero convinto fosse la cosa giusta. Non era certo l’adesione al valore del “farsi i fatti propri”, ma il litigio mi sembrava troppo generico, per quanto mi avesse colpito quel senso di violenza trattenuta e mi avesse fatto riflettere - parliamo di qualche frazione di secondo, di un moto spontaneo dei pensieri che possiamo avvicinare alla riflessione - la posa passiva della ragazza.
Sono rimasto un po’ a guardare: lei era ancora per terra, ferma sul fianco, non aveva allungato la mano a prendere l’oggetto.  Allora avevo deciso di scendere e vedere.
 
1.                        
Mi aveva chiesto – hai una birra?
Non ne avevo, certo che no, se no per quale motivo sarei stato lì, lontano dalla mia vecchia vita? Ma questo lei non poteva saperlo.
Per non scendere in paese ero andato dal vicino, le avevo portato la birra, l’aveva bevuta in fretta, con urgenza.
 
-          Intendevo se ne hai…tanta. Abbastanza.
Allora le avevo proposto di andare in paese a mangiare qualcosa.
-          Tutta la birra che vuoi. Io, invece, non ne posso bere.
 
Era una ragazza molto bella, anche coi vestiti da montagna, il pianto, la terra, gli occhi leggermente vuoti di chi vorrebbe essere da un’altra parte. Lo voleva?
Ne avrei dubitato solo dopo la sua quarta birra, al Pub, l’unico nei dintorni, senza neanche la soddisfazione di potermi comportare da cliente abituale. Conoscevo bene il procedimento, i problemi che si rimpiccioliscono e urlano meno, l’euforia che cresce fino a simulare un boom di endorfine, fino alla soglia di un’apparente felicità.
Ma quali problemi, dopotutto?
 
La guardavo e mi chiedevo: avevo fatto bene a scendere? Non era ferita, ma era in stato di choc? Non conoscevo molti stati di choc, nel caso, mi sembrava lieve. Allora avevo deciso che le avrei chiesto qualcosa di specifico, mi 
meritavo una storia in cambio del mio soccorso da buon samaritano di stocazzo.

2.        
Quando avevo smesso di bere solo da qualche settimana mi era capitata una cosa: in un cesso pubblico avevo visto un tizio barcollare, prima davanti al rubinetto, poi mentre stava uscendo. Si era fermato appena fuori, sembrava si fosse pisciato addosso. 
Io ero invece quello fresco, quello che ce la stava facendo, e mi ero sentito di chiedergli se avesse bisogno di aiuto.
-          Aiutami a morire – aveva risposto.
-          Morire come?
-          Bere fino a morire. Si può fare. Si può fare, o lo dicono nei film?
Gli avevo regalato cinque euro, dicendogli di mangiare qualcosa e sapendo che non lo avrebbe fatto.
 
Aiuto maggiormente una persona salvandolo dalla morte, o dando il mio contributo perché la raggiunga, se è veramente quello che vuole?
Comunque sia, i cinque euro non sarebbero stati lontanamente sufficienti. Coscienza a posto, il tentativo lo avevo fatto. E anche sulla base di tutte le mie esperienze, delle aspettative, dei concetti imparati durante le terapie, avevo rivisto molte cose, avevo trovato forse la scusa perfetta per il mio egoismo e per quello degli altri, dell’umanità tutta.
 
La ragazza mi aveva raccontato la storia sua e di Mauro; lui era imprenditore, abituato a comandare, secondo lei non proprio drogato ma a volte una sniffata se la faceva, e poi le sfuriate, coi suoi dipendenti, con lei, la umiliava ma non la aveva mai picchiata in senso stretto.
-          Le donne come me cercano un altro padrone, e cercano la ricchezza, il potere, pensiamo magari di poterlo cambiare, ma lui non cambierà e anche se lo so, non prendo altre decisioni, perché mi fa comodo non prenderle, capisci?
 
In quei due giorni non mi aveva detto molto di più: tutto era potere e la donna cercava un uomo che le desse una sicurezza economica. Aveva dormito da me, sul divano, avevamo fatto colazione insieme (ero andato presto a prendere del pane e dello yogurt), eccoci, io e lei, senza sapere realmente perché eravamo lì e cosa sarebbe successo. La guardavo smanettare al telefono, ogni tanto prendersi una birra, con naturalezza.
Alzava qualche volta lo sguardo e mi faceva domande oppure diceva qualcosa. Fuori dal contesto, secondo me, ma magari il suo contesto era diverso.
-          Io non so perché le donne come me alla fine non finiscono mai con un uomo come te
 
A quel punto, guardandola (aveva una t-shirt bianca che le avevo prestato, non portava reggiseno) avevo pensato che potesse desiderare un po’ di cazzo non padronale e questo pensiero mi aveva eccitato e poi spaventato, e avevo cominciato a ragionarci sopra.
 
3.        
Perché era restata un altro giorno, un nuovo giorno, cedendo all’inerzia (come d’altro canto stavo cedendo io)? Non diceva molto, ma a colazione aveva improvvisamente esclamato – qui si sta bene!
Poi aveva continuato ad affondare il cucchiaio nella densità dello yogurt greco.
In casa sentivo un’atmosfera particolare, mi sembrava di avvertire un nuovo modo in cui la luce e l’aria si muovevano nelle stanze.
 
Buonanotte – Buonanotte. Quarto giorno.
Tu sei un bell’uomo - con quel suo modo improvviso di dire le cose.
 
Una sera l’avevo sentiva parlare nella sua camera, frasi brevi e concitate, ho pensato fosse quel suo uomo, quello abituato a comandare, ma non lo sapevo. Da quelle frasi sembrava invece fosse lei a comandare, o perlomeno a guidare il discorso, ma non sapevo neanche questo.
 
(Conoscevo qualcosa – o solo i cliché?)
 
La violenza mi ha spesso affascinato per quel suo aspetto teatrale, e perché mi è capitato talvolta di vederne le conseguenze (teste e nasi spaccati in ospedale, ferite da cucire) ma molto raramente il vero e proprio accadere, e quelle poche volte mi era sembrato irreale, come una coreografia o una recita. La ragazza aveva detto di non essere mai stata picchiata, eppure quella scena, vista da lontano, mi era sembrata perfettamente coreografata, ma forse non irreale al punto da tenermi lontano, per quanto lo avessi desiderato. Forse il senso di umiliazione trasmesso dai suoi non-movimenti e l’evidente disparità delle due posizioni avevano contribuito a farmela sentire in modo diverso. Ma che importa?
Torna da lui, ragazza, avrei voluto dire. Hai la mia benedizione, avrei voluto aggiungere.
 
Usando gli strumenti che il nuovo secolo ci mette a disposizione, ero riuscito a identificare Mauro sui social. Aveva una presenza tipica delle persone di successo (molto sole e molte spiagge blu, qualche barca, molti viaggi, molte marche, e indulgeva a citazioni di un certo livello - niente Bukowski, niente Harry Ford, qualche Kundera, filosofi tedeschi - cose che non mi aspettavo. Magari se le faceva generare da Chat GPT). Non posso dire che mi risultasse odioso. Non c’era nessuna foto con lei. Sul profilo LinkedIn ricorrevano le parole “ispirazione” e “co-working”, inoltre sembrava divertirsi con alcuni dei giochini proposti dalla piattaforma: poco male.
Lo avevo contattato proprio su LinkedIn, mi dava una maggiore idea di serietà, di stabilità.
 
4.        
 
Io dicevo “il passaggio di consegne”
Lui “la refurtiva”
Per quel che potevo concludere da una conoscenza di messaggi uno sotto all’altro, mi sembrava una persona a posto. Ma poi che ne sapevo, io e chi è stato mai a posto o fuori posto, visto da molto lontano, a parte i criminali acclarati e i nostri nemici di sangue?
 
5.        
 
Il giorno dopo ci eravamo organizzati, io e lei, per una salita di difficoltà media, niente di 
molto impegnativo.
Non c’era stato tra noi un vero discorso del rimanere o dell’andare via o di come impostare le cose, che poi non le imposti mai davvero, e d’altra parte erano passati solamente quattro giorni.
Ogni tanto dovevo rallentare e aspettarla, nulla di drammatico, ma era certamente diverso dalle mie salite da solo. Scambiavamo qualche parola: una volpe che era comparsa al lato del sentiero (le volpi che si avvicinano di solito sono malate), una strada dove mucchi di tronchi guardavano il nostro passaggio, l’odore acuto del legno, una coppia di signori sui settanta che scendeva, già a quell’ora, sorridevano muovendo a ritmo le bacchette da Nordic Walking.
 
E poi avevamo visto lui in lontananza, fermo, vestito da montagna, poteva essere a ottocento metri da noi, e lei si era girata verso di me, e io avevo deciso di non provare neppure a simulare.
Erano gli speroni di questo secolo a farci andare avanti, erano ben ficcati nella nostra carne, una carne ansiosa, perennemente rintracciabile, da cui non potevamo fuggire anche se io ci provavo a modo mio.
 
E le avevo detto – È con lui che devi parlare, non con me. Non con me.
E avevo aggiunto – Con me sarebbe una relazione banale. Saremmo banali; invece separati non lo siamo.
 
Già Mauro veniva verso di noi, lei era completamente ferma e aveva smesso di guardarmi.
Mi ero girato, davo loro le spalle, risalivo per la strada velocemente, di nuovo solo. Sarebbe tutto andato bene, sarebbe tutto andato bene nei limiti di questi tempi malati – io che mi illudevo ancora di fuggire, di essere unico, o almeno non più riconoscibile.

 


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