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LIBRI E RECENSIONI. GIOSUÈ CALACIURA - MALACARNE (di Marta Aiello)

SE LA LETTERATURA NON PARLA PIÙ DI MAFIA





Recensione di Marta Aiello 

Il dove è una città fantasma, guscio vuoto della Storia che è catena di errori, strage e mattanza. Una ‘città di niente’ la cui topografia si riconosce a fatica dai relitti di memorie che riemergono dopo l’esplosione. Perché tutta la Storia andrà a convergere lì, su quell’esplosione in cui persero la vita il giudice Falcone e i suoi compagni di morte, come se tutto ciò che era accaduto prima non servisse ad altro che a provocare quell’apocalisse che però non sarà manco l’ultima, perché la Storia si ripete sempre uguale, senza scampo. Uscito per Baldini e Castoldi nel 1998, Malacarne è il romanzo storico e visionario che segna l’esordio di Giosuè Calaciura, e che narra il percorso evolutivo della mafia a partire dalla ricostruzione postbellica finanziata dagli Americani grazie a cui Cosa Nostra, annientata dal ventennio fascista, riprese vigore, fino alle stragi eccellenti del ’92 che costituirono una prova di forza cruciale delle strategie della mafia che subito dopo tornò ad interrarsi evitando azioni troppo eclatanti. Non servivano più, contro lo Stato avevano vinto loro. Racconto odissiaco da scampati al diluvio, tutta la storia di Cosa Nostra è qui narrata ex post da un après le dèluge in cui il sacrificio si è ormai consumato, attraverso un unico flusso di coscienza di un generico assassino che si rivolge ad un generico signor giudice. Una ricostruzione delle loro identità è naturalmente possibile ma è restrittiva perché Malacarne costituisce anche una felice insurrezione allo statuto del romanzo, abolisce la categoria del tempo rendendo impossibile distinguere i vivi e i morti persino agli stessi vivi e agli stessi morti, e i singoli personaggi incarnano una collettività, lo Stato e l’anti-Stato. L’assassino infatti è tutti i boss, e il giudice è tutti quelli uccisi da Cosa Nostra. In una spirale da tragedia greca dove gli stessi mafiosi appaiono carnefici e vittime di una specie di Necessità che fin dalla nascita ne fa dei predestinati al male, dominati da una cupio dissolvi che travolge tutto, l’assassino è l’araldo che al cospetto del giudice senza voce e di una città altrettanto ridotta al silenzio annuncia, senza mai farne i nomi precipitati in un unico gorgo di dimenticanza, i delitti di circa un cinquantennio, avvenuti fuori scena come è tradizione del teatro classico. Ne riconosciamo alcuni eccellenti in mezzo ad una torma di vittime ‘anonimate’ apposta cui è pure tolto l’onore dell’identità. Fra quelli più noti, ci sembra di scorgere l’omicidio del giudice Scaglione, il primo che si accorse del cambio della guardia che vedeva i Corleonesi di Liggio sostituire i vecchi padrini della mafia di Palermo, quella dei Buscetta e dei Badalamenti, per dire. E, nel mezzo della carneficina delle due guerre di mafia, i martiri che di fare testimonianza non ebbero il tempo, come il giornalista Mario Francese che lavorava ad un’inchiesta in cui indicava in Totò Riina il nuovo capo, e che fu ucciso prima di pubblicarla. Poi la pace mafiosa fu, Cosa Nostra fece l’affare con la French Connection, le raffinerie di eroina vennero trasferite da Marsiglia in Sicilia a costo della vita del giudice Pierre Michel che aveva capito tutto, e il narcotraffico diventò l’affare mondiale della Mafia, la cui storia trasfigurata nel mito è narrata con ritmo ondoso e di tempesta, per metafore, iperboli, adunata perfino che fanno tutto un turgore barocco a retorica spinta con cui Calaciura si innesta nel solco della letteratura dei grandi siciliani e opera una riuscita sintesi fra militanza sciasciana, lirismo ideologico alla Vittorini e barocco di Bufalino e Consolo. In un pastiche di aulicismi e parolacce, isotopie e figure di suono, il linguaggio poetico, che è di per sé rivoluzionario nella letteratura di mafia, si vale altrettanto del contributo di Cinico tv di Ciprì e Maresco, si contamina col gergo giornalistico e risuona come ‘u cuntu dei pupàri. Il ritmo è spasmodico, risucchia il lettore trascinandolo sulla cresta di ondate di tempesta e naufragio con andamento come d’epopea, dove più disperata si fa la grande assenza, ‘Persino Dio ci aveva abbandonati e traditi. Avallava la perfidia di quella ingiustizia che non permetteva ripensamenti, senza ritorno, perché aveva deciso, nato povero, di diventare ricco. E riconoscemmo la frottola del presepio, la presa per il culo di avere scelto un tugurio dove nascere, la canzonatura del tu scendi dalle stelle, del freddo e del gelo’.

Ripercorsa attraverso le tappe delle sue tante mutazioni genetiche, la storia evolutiva della mafia segue logiche darwiniane: di selezione, operata attraverso faide intestine ai clan ma anche lotte interne alle varie procure della repubblica; e di intelligenza della specie, quella di Cosa Nostra appunto, che sopravvive solo adattandosi continuamente al territorio e sfruttando a suo vantaggio tutte le risorse possibili. E le risorse, la mafia le trova dappertutto, nelle corse dei cavalli, nella speculazione edilizia, nel giro della prostituzione, nell’estorsione del pizzo, nel riciclaggio del denaro sporco e negli appalti per le grandi opere pubbliche, nel restauro dei teatri lirici come nel servizio trasporti, tutto un palinsesto del malaffare che richiede un’ulteriore salto evolutivo di Cosa Nostra, i cui gli affiliati perdono a poco a poco la cultura materiale delle loro origini umili e popolari e necessitano di sempre più sofisticate competenze di economia, statistica, chimica, informatica. Per questo, mandano a studiare i figli o trovano sempre più spesso nella società civile, colletti bianchi e collaboratori collusi. La mafia insomma, si imborghesisce come è naturale che accada ad ogni aristocrazia, e non si sottrae alle dinamiche storiche di ogni altra comunità umana. Disumana, in questo caso, perché i suoi protagonisti, ‘fratelli di strage’, sono mandati allo sbaraglio dalla loro associazione di morte, a combattere un duello sempre all’ultimo sangue in cui ci si tradisce e ci si fa fuori a vicenda vuotando continuamente il campo, cambiando i soldatini e riproponendo sempre lo stesso gioco di ammazzatine, la stessa ossessione di vuoto che genera una compulsiva moltiplicazione di potere e denaro che nemmeno i mafiosi sanno come investire e godersi, spesso isolati nei loro bunker o esiliati dalla loro stessa comunità, militi noti e ignoti di una guerra in cui, in assenza di margini di pietà, si fa il male per il male.

A circa vent’anni dalla pubblicazione di Malacarne, sembra che la mafia sia per lo più scomparsa dalla scrittura letteraria recente, soprattutto dai best seller scritti da siciliani. Può apparire comprensibile che non si veda l’ora di scrollarsi di dosso lo ‘stigma’ e forse di sottrarsi alla messe enorme di letteratura ‘di genere’ che più spesso si è espressa in opere di facile consumo o di saggistica. Un dopo-Sciascia è difficile, insomma.

Ma questa rimozione è un pericolo grande. Da sempre, la letteratura anticipa i tempi che verranno l’assenza di questa narrazione rischia di produrre un collettivo oblio a fronte della ‘memoria da elefanti’ di Cosa Nostra, e di spostare sempre più la società civile verso altre lotte sentite come più ‘globali’ come quella climatica per esempio, col rischio tuttavia di lasciare campo libero a piaghe come la lotta alla mafia erroneamente percepita come ‘locale’ e che ha invece proporzioni ‘globali’ allo stesso modo. In un tempo in cui alla parola giustizia si è sostituita la parola legalità, mantra e ossessione scolastica per almeno tre generazioni di giovani che ormai non lo sono più, rileggere un testo come Malacarne diventa urgente, necessario. Un richiamo alle armi.

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Informazioni sul libro
Giosuè Calaciura - Malacarne 
Ed. Dalai 1999
160 pag.
Attualmente in commercio

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Marta Aiello si è occupata di critica letteraria comparata italo-francese per conto dell’Université de Lorraine e attualmente insegna letteratura italiana e latina al liceo. Nel 2019 ha pubblicato il saggio La verità plurale: itinerario spirituale di Gesualdo Bufalino, in dialogo coi Francesi, ed. ARACNE; a Settembre 2020 è uscita la sua raccolta di racconti Stranieri a casa loro, Robin edizioni.



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