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LIBRI E RECENSIONI. JONATHAN LETHEM - IL DETECTIVE SELVAGGIO

DIVERTIMENTO D´AUTORE

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Se penso a Jonathan Lethem, mi vengono in mente le architetture complesse e la ricchezza di idee (e di afflato sociale) di romanzi come La fortezza della solitudine I giardini dei dissidenti e allora ecco che un libro come questo Il detective selvaggio, lineare nella (esile) trama, diviso in capitoli brevi o brevissimi, lievemente scombiccherato come alcuni dei suoi protagonisti, sembrerebbe difficile da spiegare.

Io credo che dopo Anatomia di un giocatore di azzardo, che mi dicono poco a fuoco, troppo scopertamente pynchoniano, Lethem abbia avuto voglia di prendersi una pausa ed, ecco, di divertirsi. Questa è la natura del nuovo romanzo: un divertimento d´autore, che per fortuna è tale anche per il lettore.

Pochi gli elementi: una ragazza scomparsa, la sua amica, Phoebe, che intraprende un viaggio alle pendici del Monte Baldy per ritrovarla, e si affida per questo al Detective Selvaggio del titolo (l´originale The feral detective, potrebbe rendere meglio l´idea, rispetto all´"appoggio" bolaniano voluto da La Nave di Teseo nella traduzione italiana), Charles Heist. Da qui nasce una serie di situazioni e viaggio vagamente picareschi ai margini della società americana, tra comuni di hippy e vagabondi vari.

Esile la trama, ma azzeccatissimi i due personaggi principali, Heist, duro, di poche parole, misterioso, "ferale" (ferino) e allo stesso tempo tenero (me lo vedo interpretato da Jeff Bridges in una possibile riduzione cinematografica) e Phoebe, classicamente newyorkese, dalla parlantina che sembra uscita da una sceneggiatura di Nora Ephron. Come in certi film, i due protagonisti si fanno carico della storia, tenendola viva con i loro dialoghi (compresa la querula voce interiore di Phoebe) e facendo in modo di finire in situazioni che spostano sempre più verso il surreale l´asticella della trama stessa.
In sottofondo assistiamo ai primi vagiti dell´america trumpiana (Phoebe ha dato le dimissioni dal giornale in ci lavorava in quanto da lei percepito come troppo morbido nel confronti del presidente-vilain) a dare diciamo una scenografia realistica alla vicenda principale.

Non credo vadano trovati (o almeno io non ne ho trovati) significati particolari e nascosti, tranne forse un certo velleitario anelito di libertà in Phoebe, e alcune pagine felici dedicate a chi mette se stesso ai margini della società in nome di ideali (a volte masticati e rimasticati) pacifisti o libertari - gli hippy insomma. Penso appunto che Lethem abbia voluto intrattenersi e intrattenere partendo da stilemi quasi hard-boiled, sofisticando una voce femminile decisamente riuscita, e condendo tutto con un po´di chincaglieria da figli dei fiori questa sì vagamente pynchoniana (ricordate Vineland?). A me é piaciuto, mi ha regalato sorrisi o risate a denti stretti, non è un Lethem maggiore, ma mostra uno scrittore in forma e dal buon piglio anche alle prese con un oggetto atipico. Per me è un sì.


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Informazioni sul libro
Jonathan Lethem - Il detective selvaggio
Traduzione di Andrea Silvestri
Ed. La Nave di Teseo 2019
405 pg.
Attualmente in commercio
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Commenti

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