MASSIMILIANO PARENTE E CHUCK PALAHNIUK, UN ATTUALE PARALLELISMO

P COME PROVOCATORE


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So da solo che si tratta di un parallelismo azzardato, eppure mi è venuto in mente durante l´ultima polemica dovuta al post di Massimiliano Parente su Facebook, una foto di una chiesa in macerie accompagnata dal commento "Le chiese che crollano però sono divertenti".

In fondo Parente ha interpretato dal vivo il suo classico personaggio, una sorta di provocatore finto-cinico, nichilista e sostanzialmente malinconico che usa diffondere sui social tutto quello che pensa, in diretta e senza filtri.

La categoria di scrittore che prova a sbalordire il borghese non è nuova, va detto che ormai in questi nostri tempi di compulsive condivisioni una sequenza di selfie di Kim Kardashian o la notizia di Niang che si tuffa in una piscina vuota rischiano di superare da destra, da sinistra, dappertutto il misero autore che prova a farsi pubblicità a buon mercato o mosso da reale ispirazione.

In effetti di Parente è difficile capire quanto ci sia e quanto ci faccia. Forse non è neanche importante.

Trovo calzante il paragone con Palahniuk in quanto ambedue mi pare non si neghino nulla, ma mi sembra che trovino il loro reale motivo d´essere (e di scrivere) in una critica alla società occidentale e ai vizi o alle manie del consumismo, della credulonità eletta a visione del mondo, della ricerca di notorietà a tutti i costi.
In effetti le loro opere che più vivono di questa urgenza (per Palahniuk direi Fight Club, Soffocare, Ninna Nanna,Survivor, per Parente Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler) mi pare pungano, centrino il bersaglio, quelle dove questa si perde o diventa puro pretesto per trattare temi tabù (direi soprattutto Gang Bang per l´americano, L´inumano per Parente) ci si diverte qua e là, ma lo spettacolo diventa stanco e un po´ lubrico come un peep show vissuto dopo aver fatto otto ore di sesso vero.

Un´altra similitudine tra i due mi pare essere il fatto che entrambi hanno in testa un solo romanzo, cosa che ovviamente li porta a mostrare la corda sul lungo periodo.
L´impressione forte è che un Palahniuk ormai borghese e pacificato sia in difficoltá a smuovere in noi certi meccanismi di identificazione "in negativo", sorpresa e tenerezza. Evidentemente le sue prime opere nascevano da uno stato mentale ben preciso, probabilmente non erano estranei disagi e dipendenze personali.
Per Parente il discorso mi pare più sfumato: credo che quella malinconia nichilista che citavo e che pervade i suoi personaggi (e mi pare ne costituisca la vera ragione d´essere) possa essere attribuita in gran parte anche allo scrittore (teoria ci è), d´altra parte una certa reiterazione dei temi (vedi le similitudini tra l´Adolf Hitler e l´ultimo L´amore ai tempi di Batman) fa più pensare a un meccanismo di calcolo e di serialità (teoria ci fa).

Trovo che le vette del Palahniuk iniziale non siano state toccate da Parente e che quel tentativo di critica abrasiva di cui parlavo lo abbiano condotto nelle vicinanze del ben più organico lavoro di Houllebecq, Parente guarda e osserva a distanza, ma va detto che proprio l´Adolf Hitler con la sua compattezza, le idee brillanti, e l´appoggiarsi all´attualissima figura dell´artista "situazionista" è romanzo tutt´altro che banale o corrivo, opera di un´intelligenza colta, vivace (e purtroppo spesso sprecata a inseguire la provocazione gratuita).

Nel mio ottimismo, mi piace immaginare che ambedue - liberatisi dei cliché e del rispettivo personaggio - abbiano ancora in canna un paio di romanzi differenti con cui finalmente provare a essere grandi sul serio. Magari senza sberleffi.

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