LIBRI E RECENSIONI. DEMETRIO PAOLIN - CONFORME ALLA GLORIA

CONFORME ALLE COLPE




Questo di Demetrio Paolin è un libro con cui ho combattuto, e un po´mi vergogno ad avere provato a giudicarlo dopo averne letto solo una parte. Questo però ha più a che fare con l´atteggiamento di chi legge un libro e si forma una propria opinione, quindi chiudiamola qui.

È segno di grande ambizione rivolgersi all´Olocausto e alle sue conseguenze, dopo che vi si sono cimentati in tanti e coi registri più disparati, attraversando saggio-biografia-memoriale-thriller-romanzo (e le sue varie declinazioni e le diverse contaminazioni).

Paolin ci prova e mi pare che il quadro complessivo della sua opera tratti alcune questioni molto importanti che vengono poste in Conforme alla Gloria.

Cosa è più legittimo, tra il soccombere alla colpa, rischiando di rovinare la propria vita, e il rimuoverla?
Quanto è alto il rischio della rimozione, e dove si pone il confine tra ferita viva, testimonianza e mero sfruttamento - seppur benintenzionato?
Se la cattiveria, il male e la colpa imbevono anche chi fu vittima dei Lager, fino a che punto è legittimo perdonare? La vittima può essere a sua volta giudicata? Annullata, distrutta?

Le domande - in ogni modo - non fanno narrativa, ma il sistema con cui Paolin le affronta sì: vengono intersecati fondamentalmente due piani narrativi, la storia di Rudolf, del padre SS mai pentito e del quadro e quello del reduce Enea Fargnani, che fa del suo corpo e della sua pittura testimonianza della sua permanenza a Mauthausen, dove si è incrociato con il padre di Rudolf.

Fin qui - secondo me - ci siamo, anche se poi questo schema di partenza non rimane centrato, ben dispiegato, per tutto il fluire del romanzo.
Se a lettura conclusa molti tasselli vanno al loro posto, trovo che la parte iniziale tedesca (130 pagine circa) rimanga fredda, artificiosa e troppo scopertamente simbolica (il tema del quadro, insistito e ripetuto) mentre - forse per meri motivi geografici, di maggior coinvolgimento emotivo -
l´ambientazione torinese risulta più compatta ed efficace.

Ecco, non era comunque facile gestire la moltitudine di storie, personaggi, tragedie passate e quasi presenti (il suicidio di Primo Levi, il rogo della ThyssenKrupp a Torino, addirittura Abu Ghraib!) e mi pare che Paolin sia alla fine riuscito a non perdere il controllo, a non sbavare troppo.

Questo grazie anche a una lingua asciutta, franca ma pudica, con notevoli squarci espressivi specie nella descrizione di paesaggi naturali e urbani, e grazie a una mano impietosa nel rendere irritanti, antipatici, problematici anche i personaggi che dovrebbero essere i buoni (Rudolf, soprattutto Enea, nella sua fissità di reduce solo apparentemente imbelle).

Oltre a quanto dicevo prima su alcuni disequilibri, è invece in certi dialoghi un po´legnosi e didascalici che trovo i punti deboli del romanzo.

Ci troviamo peraltro tra cose che succedono, nella giungla delle opinioni: Paolin a quest´opera, entrata nella dozzina del Premio Strega 2016, ha dedicato 7 anni di lavorazione, mi pare ci sia stato successo di pubblico e critica, credo che fosse un libro che meritava se non altro di essere pensato, che scriverlo sia stato difficile e faticoso, e che il risultato sia valido, meritorio; un libro che per quel che mi riguarda ha evocato sensazioni quasi mai mediane (sono passato dall´irritazione,
all´emozione, al perturbamento, a volte nel giro di poche pagine).

Per questo, prima che il temo crei distanza e per riassumere senza mezzi termini, direi che si tratta di un romanzo imperfetto eppure toccante, che si ferma a qualche ragionevole centimetro dal (fin troppo abusato) necessario.




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