I MIEI SCRITTORI. FARE GLI INDIANI CON RUSHDIE, SETH, CHANDRA E ALTRI

SCRITTORI DI UN PAESE-MONDO




Questo chiaramente non è un essay completo sulla letteratura indiana ma - come sempre per questa "serie" - un resoconto di mie esperienze di lettura, se possono essere utili, se possono essere leggibili.

Non provo neanche a sistematizzare il discorso, troppo ampia l´India - anche letterariamente - e curiosamente io mi sono rivolto soprattutto verso scrittori meticci, di lingua inglese, quella letteratura indiana contemporanea che pare abbia avuto maggiore facilità a trovare la strada delle nostre librerie, anche per evidenti motivi pratici, penso.

Il capostipite è chiaramente Salman Rushdie, che è in effetti parte "necessaria" delle antologie e degli studi sulla letteratura inglese contemporanea.
Al di là di ciò che Rushdie - anche a livello di icona - è diventato, il libro che gli regalò fama e attenzione (e il Man Booker) ovvero I figli della mezzanotte è intriso di sapori indiani (fino a forme di vero e proprio realismo magico), oltre a essere tale tematicamente.
Romanzo peraltro non facile, che mostra un grande talento linguistico, ma che pretende dal lettore grande disponibilità a spaziare, ad approfondire, a farsi trascinare in anni o secoli di storia indiana, e di relative definizioni (divinità, etnie).
Libro da leggere secondo me a un´etá e con una preparazione adeguata.

Il polo rushdiano opposto (o uno dei poli) potrebbe essere l´internazionale, super-tonitruante La terra sotto i suoi piedi, quasi un omaggio alle Big Band e alla Big Music dell´amico Bono Vox.
Di Rushdie ci sono qui la grandeur (la rilettura del mito di Orfeo ed Euridice), l´onnivora volontà di creare romanzi-mondo, nuovamente la dimensione magico-onirica. E direi però non l´ispirazione migliore, troppa presunzione direi, in termini musicali: palco smisurato, esagerazione di effetti speciali, amplificazione fuori misura.

Nel mezzo- oltre a tanti altri - il famigerato I versi satanici, opera molto discussa e probabilmente poco letta, che almeno a me ha mostrato un Rushdie comico e misurato senza rinunciare alle ambizioni di cui parlavo sopra. Certamente non un romanzo facile, ma per me il migliore di quelli letti finora dello scrittore.


Può sembrare sicuramente azzardato passare da Rushdie a Virkam Seth, ma come dicevo si tratta di un´esperienza di lettura, di un percorso personalissimo.

Seth - che ha esordito con Golden Gate, un particolare romanzo in prosa - ha avuto vendite e riconoscimenti internazionali con il monumentale Il ragazzo giusto.
Il libro conta più di 1.000 pagine ma ha anche poco a che fare con Albinati e - per quel che penso - anche con City on Fire (per fare due esempi di recenti libri "smisurati").
Lo avevo definito come uno strano ma gradevolissimo incontro tra Dickens e Beautiful, del primo
l´ironia, lo sguardo a comprendere tutta la società, le classi e le loro dinamiche, la pietas per l´essere umano. Per quanto concerne Beautiful la proliferazione dei personaggi e una sorta di elemento seriale (d´altra parte anche Dickens scriveva in puntate), quello che porta il lettore a non vedere l´ora di riprendere in mano il libro per riprendere a seguire le vicende dei personaggi.

Lo sforzo deve essere stato grande: Seth non si è finora ripetuto sugli stessi livelli, Una musica costante era romanzo di mestiere e di buona fattura, sull´ambiente orchestrale/musicale, ottima lettura ma meno caratterizzata rispetto al Ragazzo giusto.
Due vite riusciva ad appassionare con la storia (ben documentata e contestualizzata) dei prozii dello scrittore, una sorta di auto-fiction-protobiografica in un momento in cui il genere non andava ancora di moda. Il libro presenta momenti interessanti, ma anche pagine un po´superflue o didascaliche, da qui il mio dubbio complessivo.

Ma è lo stesso Seth a non smentirmi, la storia de La ragazza giusta (il seguito del suo masterpiece) assomiglia infatti a quella del nuovo aeroporto di Berlino. Il libro doveva uscire già nel 2013, poi spostato al 2016 - e per un altro editore; Seth spera ora di terminarlo per la fine di quest´anno, con pubblicazione nel 2017. Motivo del ritardo? Crisi di ispirazione. Appunto.


Ma l´India di Rushdie e di Seth è ancora molto poco quella del BRIC, del boom tecnologico-economico, una congiuntura che è poi ampiamente narrativo/romanzesca visto che pare essere fatta apposta per sottolineare certe contraddizioni, fino al luogo comune: i laboratori alla Silicon Valley e gli Slum di Bombay, l´Outsourcing spinto delle aziende occidentali e le foto dei treni con gente attaccata dappertutto.

Di questa "nuova-India" parlano due autori che mi sono sembrati, in maniera differente, molto interessanti.

La penna agile e incisiva di Aravind Adiga ci ha mostrato con La tigre bianca una storia esemplare di umiliazione, trasformazione e arrivismo attraverso la figura e la voce, ingenue e sarcastiche allo stesso tempo, del neoricco Balram Halwai.
Nel frattempo saranno sicuramente uscite altre testimonianze, ma io per capire questo paese in trasformazione (?) inizierei proprio da qui.

Più saggistico ma molto denso e istruttivo è Maximum City, il romanzo-città di Suketu Mehta. Un vero e proprio (ampio) reportage su Bombay, scritto con stile preciso, asciutto, giornalistico ma mai piatto, dove è proprio la sconfinata metropoli - e un´altra volta le sue contraddizioni e il suo innegabile fascino  - a farsi personaggio.

Direi che il contraltare romanzesco di Maximum City è il bello e torrenziale Giochi Sacri di Vikram Chandra, una sorta di epopea-poliziesco di circa 1.200 pagine, un romanzo davvero di ottimo intrattenimento, una macchina narrativa perfettamente oliata e composita, che travolge il lettore (istruendolo) e che - come spesso succede - pur non proponendosi da programma di toccare particolari aspetti politico-sociali lo fa comunque con grande nonchalance, mostrando invece di dimostrare.
Ínsieme a Maximum City, questo libro fornisce un quadro di Bombay allo stesso tempo fascinoso e spaventoso, una città-animale-spirito-corpo-corruzione-bellezza-cuore pulsante, in rappresentanza (parziale, certo) di un´intera nazione che sembra vivere gli stessi contrasti, stupendi e dolorosi.

Postilla Nr. 1:
Rushdie ha prodotto molto, evidenzio tra quelli secondo me passibili di lista dei desideri L´ultimo sospiro del moro ma anche la autobiografia di Joseph Anton.

Postilla Nr. 2
Adiga ha anche prodotto L´ultimo uomo della torre e Fra due omicidi, che sembrerebbero confermarne il talento e la visuale tagliente sull´India moderna.

Postilla Nr. 3:
Di Chandra nomino se non altro Terra rossa e pioggia scrosciante (precedente a Giochi Sacri) che si trova in Mondadori ma anche in una lussureggiante edizione di Instar Libri.

Postilla Nr. 4:
Unico indiano in lingua non-inglese letto finora è Shankar, scrittore di lingua bengalese che ha avuto un certo successo internazionale con l´autobiografico Hotel Calcutta.
Tra lusso eccessivo e profonda povertá l´autore narra del suo passato da inserviente (ma direi galoppino) d´albergo, storia profondamente indiana - e in questo nonostante le differenze linguistiche e di sguardo omogenea a quanto citato finora - e a tratti struggente.

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