LIBRI E RECENSIONI. KENT HARUF - BENEDIZIONE

DOLENTE CANTO DELLA PIANURA


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C´è questa cosa della „hype“ per i romanzi americani, specie se scritti da autori poco conosciuti e in via di scoperta o riscoperta postuma o tardiva. 

Abbiamo avuto il capostipite Stoner, l´altro Williams – quello di Harold Roux – e naturalmente Kent Haruf, scrittore scomparso nel 2014, e di cui NN sta pubblicando la cosiddetta Trilogia della Pianura, ambientata nella cittadina immaginaria di Holt, in Colorado.

Haruf stesso aveva parlato di una “loose trilogy”, ovvero di tre opere legate dal fatto di essere ambientate a Holt, ma non necessariamente da leggere in rigida sequenza.

Questo Benedizione è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2013 e da noi nel 2015, quindi per primo.
Il secondo capitolo pubblicato da noi, Canto della Pianura, è l´originale Plainsong del 1999. Crepuscolo, che NN pubblicherà nel corso del 2016, è invece in originale Eventide del 2004, vero e proprio seguito di Plainsong (avendo gli stessi personaggi, ha senso leggerli in sequenza).

Credo comunque che la scelta di pubblicare per primo Benedizione sia interessante, evocativa e azzeccata. In effetti Haruf come detto ci ha lasciati nel 2014 a settant´anni, la stessa età che potremmo attribuire a Dad Lewis, protagonista (o tra i protagonisti) di questo libro, che proprio in apertura scopre che la sua malattia è terminale.  E la malattia (cancro ai polmoni) è la stessa che ha portato via Haruf.
Credo che questo incrocio tra vita e fiction abbia spinto NN alla scelta, che funziona perché il libro è notevole, prodigioso.

Haruf è un narratore secco e dolente, scrittore di storie di campagna (verrebbe quasi da dire “western moderni”), e riesce a produrre effetti smisurati con un economia straordinaria di mezzi, e di parole. Cose che riescono solo ai grandissimi: mi vengono in mente Carver o McCarthy. Altri riferimenti possibili sono Harrison per le ambientazioni, mentre non trovo del tutto azzeccato il paragone con Ford molto più verboso e se vogliamo “vitalista”.

In ogni modo la capacità di evocare vite ed emozioni di Haruf è straordinaria, in poche scene, poche frasi, dialoghi praticamente perfetti (riportati in discorso diretto ma sempre senza virgolette, scelta che scandisce in maniera ritmica e inesorabile la prosa)  ci troviamo davanti ad esistenze buttate e rimpianti, amori di una vita, paure e morte, inutili nobiltà e bigotte miserie. 
Alcune scene sono di un´intensità formidabile: il sermone del pastore “ribelle” Lyle, il bagno delle tre donne e della bimba Alice (nude) nella cisterna per i bovini, e ancora altre che non nomino; una mano leggera e allo stesso tempo terribilmente incisiva, di scrittore che sa quello che vuole comunicare e sa come ottenerlo.

La visione di Haruf mi pare pessimistica ma non rassegnata, per la qualità di questa storia è chiaramente la morte ad aleggiare, ma amore e amicizia, e slanci inaspettati e un´imperitura voglia di vivere bilanciano la tristezza e paradossalmente aumentano la commozione di fronte ad alcune pagine.

In questo Colorado afoso, di comunità chiuse e abitudini inveterate,  bisogna sforzarsi di tirare avanti, e pian piano battendo l´inerzia, condurre un´esistenza da “uomo retto”, da uomo di cui “pensare bene”, per cui piangere e stringersi a preghiera, sapendo che in quella umanità che porta ad accettare le proprie debolezze e le altrui imperfezioni, proprio in quella risiede la speranza del cambiamento e di una vita migliore (ammesso che ce ne sia una, a Holt o lontano da lì). 

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