LIBRI E RECENSIONI. E.L. DOCTOROW - LA COSCIENZA DI ANDREW

NON É SCIENZA, É DOLORE


La coscienza di Andrew


E.L. Doctorow é scomparso da poco, e ha lasciato come suo ultimo lavoro questo La coscienza di Andrew (il titolo originale é però Andrew´s brain, modificato a Mondadori per sfruttare non so quale collegamento con il capolavoro di Svevo), abbastanza inusuale nella produzione dello scrittore americano, sia per le dimensioni contenute, che per la rinuncia all´affresco storico che aveva contraddistinto opere come Ragtime, La Marcia, Homer & Langley.

La stampa italiana ha sottolineato come Doctorow -  che  in patria sembrerebbe quotato alla pari dei grandissimi contemporanei come Roth, Pynchon, DeLillo etc - sia stato da noi poco letto e percepito, di base questa premessa ha portato poi a giudizi veramente positivi su questo libro, al quale mi sono quindi avvicinato con grande e rispettosa curiosità.

Inizio con una constatazione; si é parlato di un romanzo innovativo ma vorrei dire che se lo é, lo é rapportato a Doctorow e alla sua produzione precedente, non in assoluto.

Andrew é uno scienziato cognitivo, e racconta la sua storia (a volte in prima, a volte in terza persona) a un non meglio specificato "Doc", in un luogo (o in tanti luoghi) anche non specificati. Come spesso succede, Andrew ci tiene a presentarsi come narratore elusivo, digressivo, selettivo e quindi sospettabile di poca credibilità.
In questo altri recensori hanno costruito diverse teorie, se ad esempio Andrew non sia un uomo ma un computer, o un cervello "conservato" in laboratorio e analizzato con il suo carico di ricordi e pensieri. Sinceramente non ho visto questi aspetti, per me il protagonista rimane in carne ed ossa, ma ognuno risolva il mistero secondo le proprie inclinazioni.

I temi qui trattati - la neuroscienza, la riproducibilitá di cervello e coscienza, la fallacia di ricordi ed esperienze - sono stati ad esempio ripetutamente trattati da Richard Powers. La struttura a frammenti e digressioni é piuttosto tipica del post-moderno e fa pensare a un DeLillo meno controllato nello stile.
Doctorow domina con grande perizia più registri: comico, tragico, satirico (nel libro c´é il Presidente Bush, in alcune pagine molto divertenti nonché realisticamente inquietanti), scientifico, memoriale, citazionista (tutto il parallelo con l´opera di Mark Twain) e in questo sta secondo me il maggior pregio del libro, diversamente dall´esperimento fallito di Powers con Galatea 2.2, Doctorow non si fa prendere la mano dal nozionismo scientifico, e riesce a convincere sul puro piano del romanzo, dei personaggi ben tratteggiati e della sottile inquietudine esistenzialista (l´uomo del terzo millennio, la sua tensione tra natura/umanità e superamento dei limiti/tecnologia) che percorre tutta l´opera.

Non mi sento di definirlo insomma un capolavoro irrinunciabile della letteratura americana contemporanea, ma sicuramente l´opera perfettamente compiuta, consapevole, compatta di un grande scrittore, uno che sa quel che vuole e sa come ottenerlo sulla pagina.

Mi piace immaginare che arrivato a quell´ età Doctorow volesse un colpo di coda, qualcosa di diverso, qualcosa che non ci si aspettava da lui e che aiutasse anche a definirne un possibile addio a questo mondo (la morte é decisamente tra i temi del libro), un addio dubitativo e struggente, come dire "ci sarebbero tante altre cose da scoprire e scelte da fare, il corpo e la mente non sono solo biologia, ma anche dolore - e amore", in questo senso vedo ad esempio il finale, anche questo ambientato in un posto indefinito, nel quale Doctorow ci saluta attraverso le parole che Twain rivolgeva ai loro bimbi, intrattenendoli in un mondo di fantasia. Come un romanzo, appunto.

Commenti

  1. Un autore troppo sottovalutato in Italia a mio modo do vedere

    RispondiElimina
  2. grazie per il commento, sicuramente é meno letto e considerato di altri. Marco

    RispondiElimina

Posta un commento