VERA FEDE

UN RACCONTO DI GIOVENTÚ


di Recensire il Mondo

Innanzitutto, fu un presagio negativo quando l’istruttore si dimenticò di cambiarmi la scheda. 
L’aveva detto lui – vedo che sei migliorato, ti cambio la scheda. 
Invece non l’aveva fatto, e, oltre alla noia di eseguire sempre gli stessi esercizi, si era aggiunto l’affronto nei confronti dei miei muscoli ancora troppo timidi e poco evidenti. 
Vedevo i miei compagni sollevare bilancieri, impegnati in posture esotiche che io non avevo mai provato, e mi sembrava si schiudessero per loro possibilità aggiuntive, e che gli fossero lasciati, per colpa dell’istruttore, enormi vantaggi: con le ragazze…nella vita. 

Il mio umore, perciò, non era dei migliori e si stava facendo strada dentro di me il consueto complesso di persecuzione, insieme a una punta di senso di inferiorità e una manciata di paranoie assortite. 

Secondo pessimo presagio: al lavoro, fui evidentemente attaccato da una cliente, che, con le sue osservazioni scortesi, riuscì ad abbattere il mio muro di freddezza professionale e a farmi contravvenire alla mia regola aurea del buon venditore di viaggi: il cliente è in generale una testa di cazzo che, incidentalmente, merita di essere trattato bene. 
Oppure anche: niente complimenti, niente insulti, solo fatti. 
Mi lasciai andare, e la attaccai sul personale, dopo aver girato intorno alla questione con alcune frasi fumose, feci qualche insinuazione sulla sua solidità economica, e, per finire, misi in dubbio, anche se con una certa diplomazia, che le sue forme sfatte potessero coniugarsi bene con una qualsiasi spiaggia, in giro per il mondo…per l’universo. 

Ecco per quale motivo, in conclusione, affrontare un Sabato in queste condizioni, non era l’ideale. 
La riuscita del Sabato era direttamente proporzionale – sì, che lo era – al rispetto e all’amore di se stessi maturato durante la settimana; alla voglia di trattarsi bene, e alle dosi di egoismo e narcisismo trangugiate durante gli altri 5 giorni (con una leggera prevalenza del Venerdì Sera). 
No, non ero in forma, di qualunque cosa si fosse trattato. 
Massimo mi annunciò, nello specifico, che si andava in discoteca. 
La discoteca era buona, quando ci si rispettava e…tutto il resto di cui sopra. Gli eventuali germi di insicurezza? Non previsti. Anzi, letali. 
Sì, perché come puoi ballare, cantandolo, ”move your body everyeverybody” se ti senti insicuro? O se ti fai prendere dall’autocommiserazione o dall’intellettualismo, anche solo se, meno di due ore prima, hai letto, che ne so, Svevo o Verga, o anche Hemingway? 
Allora la goffaggine si fa strada e impedisce i movimenti e, soprattutto, mina in maniera irrevocabile lo sguardo, in modo che tutti possano leggere negli occhi spenti, nonostante la bocca sia atteggiata a sorriso sicuro, un imbarazzante disagio. 

Ero inquieto, quindi, anche se a Massimo non lo stavo dicendo. 
La consueta compagnia. Le battute erano rassicuranti, gli sguardi un poco indifferenti. 
Le ragazze: quelle che si dicono amiche. Quelle che si dicono cessi, anche. Simpatiche, però. 
Loro di me, Massimo e Fabrizio pensavano le stesse cose. Amici, cessi, simpatici. 
Il tacito accordo, la speranza: si dovevano conoscere nuove persone; noi maschi immaginavamo ragazze belle e con gonne corte ma allo stesso tempo fini ma con qualcosa di peccaminoso e un po’ intellettualoidi ma non troppo pretenziose che comunque sapessero ballare. 
E le ragazze, credo, la stessa cosa, con un supplemento di muscoli non troppo ingombranti però e autoironia che comunque non sfoci mai in insicurezza, e qualcosa che risvegli istinti materni senza rivelare debolezza di carattere. 

La discoteca era di quelle nascoste nelle cantine dei palazzi del centro: riconoscibile dalla scaletta a filo marciapiede, dalla fila di persone dallo sguardo perso, e da due buttafuori straordinariamente grossi, con facce da bambino (segnatamente da bambino poco sveglio). 
Entrammo, dopo un’attesa ragionevole. 

Esiste una forte discrepanza fra quello che ci si attende da una discoteca, in termini di volume e qualità della musica, bellezza e buona disposizione d’animo delle ragazze, propria disposizione al divertimento e al ballo, facilità di movimento, prezzo della consumazione, coda al bar, pulizia del cesso…e quello che realmente di trova. 
Per questo, la prima reazione sarebbe di fuga: poi si ricorda il biglietto appena pagato. 

Vidi i divanetti, i miei amici che si disperdevano; presi tempo al bar e sorseggiai il mio cuba libre, molto lentamente; quello che feci dopo fu fingere di sentire alcuni commenti di Massimo, nel frastuono e con le luci che mi impedivano di leggere le labiali. 
Non c’era alternativa: si doveva ballare. 

Vivevo l’inizio di ogni canzone con grande entusiasmo: ma poi pensavo a lei, alla scheda non cambiata dall’istruttore, e mi vedevo inevitabilmente meno muscoloso di…di chiunque. 
Nessuno mi offriva pillole strane e la seconda consumazione costava 7 Euro. 
Massimo mi urlava cose che non capivo. Avevo la gola secca e l’alito, immagino, pessimo. 
Prudenzialmente non risposi. 

Dopo il cuba libre: due daiquiri e una birra. Tot. 21 Euro. 
Massimo continuava a urlare. Ballavamo in circolo, con le ragazze. Nessuno era riuscito a conoscere nessuno. 
Dovevo, nel senso che dovevo proprio, andare in bagno. 
Nell’atrio bisex, le luci al neon erano, come da prammatica, impietose con il trucco cadente delle ragazze e con le nostre facce palliducce e stravolte: non avevo il coraggio di guardarmi allo specchio. 
Entrai a testa bassa. Il bagno mi girava intorno, lento lento. Non stavo poi così male. Aprii la porta con un minimo di orgoglio, rincuorato. 

E allora la vidi. 
Inizialmente avevo creduto di vedere soltanto una bella ragazza; una ragazza 
molto bella e vestita, pienamente e senza pentimenti, da discoteca. 
Un bel corpo, stivali, trucco pesante. 

Non ero nelle condizioni migliori per tentare un aggancio: ubriaco, in primis, e 
ondeggiante sul mio stesso asse. Farfugliante. Con gli occhi liquidi, lo 
specchio mi confermò. 
"Lascia proprio perdere", fu quello che mi ero detto (farfugliando mentalmente, 
certo, perchè no?). 
Arrancai teatralmente verso l'uscita, quando la sua voce mi raggiunse. 
"Allora - disse - non sai chi sono. O, se lo sai, lo hai dimenticato." 
Mi voltai. Il primo pensiero fu "normale...sono ubriaco. " 
Il secondo "sto sognando, in un qualche modo nitido. probabilmente sto sognando 
di essere ubriaco." 
Il terzo "qualunque sia il motivo, questa ragazza qui davanti è Britney Spears." 

Ed era lei. Non c’era bisogno di conferma. Lo era e basta. 
"Ok. Tu sei Marco. Un bel ragazzo, secondo me. E intelligente. A posto, direi." 
Mi sentivo molto incerto. Lei invece (mi sembra naturale) sapeva il fatto suo. 
Gli occhi erano ambigui ma sicuri; aveva un corpo fa-nta-sti-co. 
"Ci sono cose che devi sapere. Cose che è MIO DOVERE dirti." 
Mi sentii in dovere di ascoltare, con umiltà: quelle labbra, quel seno… 
”Uno: tu vali. Io lo so. Quindi non buttarti giù, perché altre persone la pensano come me.” 
Pensai: facile a dirsi, fammi i nomi! Ma non dissi niente. La guardavo: labbra e il seno. 
”Due: gli altri, qui dentro, nella tua città, nel mondo, non sono diversi da te; anticipali: mordili prima che mordano te. Chi urla più forte vince, anche se non è il più grosso.” 
Cominciava a piacermi. 
”Tre: con le ragazze. Non nasconderti: sii cucciolo. La sicurezza? Non è più di moda. Il macho? Giusto nei miei video, per esigenze di scena. Sii cucciolo, fai capire di essere bisognoso di affetto e protezione…e, un ultima cosa. Leccale la passera. Piace a tutte, non importa quello che ti diranno.” 
- va bene – mi dissi. La prenderò per quello che è. Le cose che sento sembrano ragionevoli. 
La guardai con gli occhi sbarrati, e lei se ne accorse. 
”Devi dirmi qualcosa?” 
”…io ecco, ti volevo chiedere se, date le circostanze, potemmo…non so.” 
”Scopare, vuoi dire? Nessuna legge lo vieta. Vedi la differenza: ti fosse apparsa una qualche divinità, la madonna, per esempio, saresti stato in imbarazzo a chiedere una cosa simile, anche solo a pensarla. Con me si può fare. Però non è il momento. Non è questa la mia finalità. Un’altra volta, forse.” 
”Devi andare? Devi andare subito?” 
”Sì. Ricorda le mie parole. Ricorda come mi vedi, come sono adesso. Queste labbra potrebbero mentirti?” 

No, non potevano. 
Ok. Quella era una strada. Mi sentivo euforico, adesso. Consigli – tutti noi ne abbiamo bisogno. 
Mi guardai bene, per il momento, dal dire qualcosa a Massimo. Chiamiamolo vantaggio competitivo. Iniziai a ballare, con un mix letale di calma e trasporto.


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