LIBRI E RECENSIONI (PERDUTI). PHILIP ROTH - IL TEATRO DI SABBATH

RIFIUTARE LA MORTE

Il teatro di Sabbath



Era il 1996, Philip Roth era pubblicato in Italia, e veniva da un´operazione tutto sommato teorica come il pur valido Operazione Shylock.
Roth era pubblicato in Italia, ovvio, ma non aveva lo status che ha oggi (altrettanto ovvio).
Per dire che Il teatro di Sabbath, peraltro "portato" da Antonio d´Orrico (neanche lui aveva lo status che ha adesso) aveva avuto l´effetto di uno choc, qualcosa di fragoroso e inaspettato. O forse ero io molto giovane.

Sia come sia, l´impressione - chiaramente postuma - era di uno scrittore che aveva deciso di liberarsi di autobiografie romanzate e fittizie, di una dipendenza da Zuckerman che può essere provvidenziale ma anche ingombrante, da (appunto) teorici discorsi sull´ebreo (pur declinati con maestria senza pari come ad esempio ne La Controvita) per lasciarsi andare, forse come aveva fatto solo a inizio carriera con il Lamento di Portnoy.

Si tratta fondamentalmente di un romanzo sulla paura della morte, e sulla vitalitá. Un romanzo di esorcismi e di esercizi. L´esercizio del sesso che diventa chiave di vitalismo, un vitalismo sfrenato e se vogliamo scoraggiante, perché destinato alla sconfitta, nel decadimento delle carni e nello sostanziale svuotamento post-orgasmico. Sesso. Possesso. Pulita e profumata biancheria intima. Eiaculazioni. E dopo? Il vuoto.

Ma questo vuoto Mikey Sabbath lo vive da par suo, e Roth lo sceneggia con maestria senza pari: la mancanza di controllo in alcune scene di sesso - laddove si preme volutamente il pedale del disgustoso e dell´esagerato - è essa stessa controllo, sicurezza dei propri mezzi e Sabbath è personaggio complesso e sfaccettato, insieme gigante egoista, Barbablù, Zampanò, riassunto di tanti altri personaggi rothiani, e allo stesso tempo tenerissimo, nel suo rifiuto di chiudersi anzi tempo in una bara foderata di moralità.

L´impressione fu fortissima e un po´pretenziosamente credo che da lì sia iniziata la fioritura e una sorta di seconda giovinezza di Roth, con il ciclo americano e poi avanti fino ai romanzi brevi ma terribilmente centrati e incisivi che sono venuti prima del suo (secondo me necessario) ritiro dalle scene.

Mi spingo a dire che per iniziare con Roth io consiglierei Il Lamento di Portnoy e questo Teatro di Sabbath, per fargli le misure, per capire quanto sappia essere carnale ma per nulla spontaneista. Secondo me vi divertirete.

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Informazioni sul libro
Philip Roth - Il teatro di Sabbath
Ed. Mondadori 1996
Traduzione di Stefania Bertola
480 Pg.
Attualmente in commercio 
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Nota: per motivi affettivi mi riferisco qui all´edizione originale da me letta, il libro si trova ora in Einaudi tascabile.

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